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di franco Valente
S.
Angelo in Grotte, nonostante il suo degno passato, è frazione di S.
Maria del Molise. La sua origine longobarda è legata prima di tutto
alla presenza di una grotta che, secondo la tradizione, fu frequentata
dall’arcangelo Michele prima che si spostasse in quella più celebre del
Gargano.
Il suo impianto urbano, nonostante le trasformazioni dei tempi,
conserva le caratteristiche della pianificazione di epoca angioina, ma
del castello rimangono pochi ed insignificanti ruderi che non
permettono più di capire quale sia stata la sua forma originaria. Uno
spiazzo sul lato settentrionale dell’abitato si è sostituito alla
originaria struttura difensiva.
Il territorio di S. Angelo fu feudo dei Badianosa, dei Montagano e dei
Santangelo. Alla prima metà del XV secolo appartenne per meno di un
ventennio ai Caldora e da questi passò nel 1443 ai di Sangro che lo
tennero fino al 1551, salvo una breve parentesi alla fine del
Quattrocento. Divenuti feudatari i Capece e poi nel 1564 i Caracciolo,
S. Angelo passò ai Sommaia, ai Franco, ai Mormile ed infine ai
Centomani che la tennero fino alla fine della feudalità.
La porta principale del paese, da basso, invece ancora si riconosce e
accanto ad essa si apre il portale della chiesa madre dedicata a S.
Pietro in Vincoli la cui architettura è frutto di una serie di
trasformazioni e di ampliamenti conseguenti ad incendi, distruzioni
belliche, terremoti, incuria degli uomini.
Sotto il suo pavimento è situata una modestissima cripta che da quasi
sette secoli mostra un raro esempio di ciclo completo di affreschi
dedicati alle sette opere di misericordia.
Scoperta quasi casualmente dopo essere stata utilizzata anche come vano
per la caldaia, finalmente è stata opportunamente restaurata e,
attraverso una serie di opere di sistemazione, è anche visitabile con
una certa facilità.
Un ottimo lavoro di restauro pittorico e le condizioni di illuminazione
artificiale consentono di capire un po’ meglio l’importanza di questo
straordinario ciclo di pitture che, nonostante l’esiguità dello spazio,
è tra i più interessanti della regione.
Se non altro per l’originalità della rappresentazione che consente di
approfondire quell’aspetto poco considerato della mutua assistenza in
un epoca poco conosciuta della storia molisana.
Sulla datazione delle pitture di S. Angelo in Grotte non vi è alcuna
notizia diretta, ma forse la scoperta recente di una piccola sinopia a
S. Vittore del Lazio, cioè in un luogo abbastanza distante da S. Angelo
in Grotte, ci aiuta a capire il contesto, se non addirittura l’epoca
precisa di realizzazione perché la loro esecuzione può essere messa in
relazione con l’analogo ciclo delle opere di misericordia nella chiesa
di S. Nicola di quel paese del Lazio.
Ma vediamo prima di tutto cosa rappresenta il nostro ciclo di affreschi.
Si tratta di una esposizione delle sette opere di misericordia
corporale così come furono codificate nel medioevo dopo aver integrato
l’elenco richiamato dal Vangelo di S. Matteo degli obblighi
assistenziali indicati da Cristo quando, poco prima della sua Passione,
anticipa la visione del giudizio finale che sarà ripresa da San
Giovanni nella descrizione apocalittica: “Quando verrà il Figlio
dell’uomo nella sua Maestà con tutti gli Angeli, si assiderà sul trono
della sua gloria. E tutte le nazioni saranno radunate davanti a lui, ma
egli separerà le pecore dai capri; e metterà le pecore alla sua destra
ed i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che sono alla sua
destra: Venite, benedetti del Padre mio, prendete possesso del regno
preparato per voi sin dalla creazione del mondo. Perché ebbi fame e mi
deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui pellegrino e mi
albergaste; ero nudo e mi rivestiste; infermo e mi visitaste; carcerato
e veniste a trovarmi”. E poi: “ In verità vi dico: ogni volta che avete
fatto questo ad uno dei più piccoli di questi miei fratelli, l’avete
fatto a me”.
Cristo in effetti ne aveva elencate solo sei, ma nel tempo, dopo il
Mille, fu aggiunta anche l’opera misericordiosa della sepoltura dei
morti.
Per tradizione consolidata si ritiene che le sette opere non siano
state mai rappresentate in un ciclo pittorico prima del 1330 e quindi
si ritiene che non prima del XIV secolo siano le pitture di Sant’Angelo
in Grotte. Ma se effettivamente le caratteristiche pittoriche delle
nostre pitture ci inducono a collocarle alla fine del XIV secolo, non è
altrettanto certo che prima di quel secolo le opere di misericordia non
siano state realizzate in altre parti.
Infatti l’elencazione delle sette opere di misericordia è cosa molto
più antica. Tra i doveri dei chierici vi era anche l’obbligo di
rispettarle. Un esempio lo troviamo nelle disposizioni adottate dal
Capitolo di Montecassino che nel 1275 deliberò una delle riforme della
propria regola (E. GATTOLA, Historia, Venezia 1733, p.465): De septem
operibus charitatis, quae sunt vid. Cibare esurientes; potare
sitientes; Vestire nudos, Visitare infirmos; Consolari captivos;
Suscipere peregrinos; Sepelire mortuos. Ista dicuntur opera
misericordiae spiritualia.
Queste indicazioni sembrano interamente recepite in un analogo ciclo di
affreschi ispirati alle opere di misericordia che ancora si conserva
nella chiesa di S. Nicola a S. Vittore del Lazio e che può essere
considerato contemporaneo di quello di S. Angelo.
Non sembra del tutto casuale, o comunque ci sembra che sia necessario
mettere in collegamento tra loro le circostanze, che nel 1273 i
chierici castri S. Victoris furono obbligati ad utilizzare parte delle
rendite per le fabbriche delle chiese. (E. GATTOLA, Historia, p.467)
Anzi proprio un particolare delle pitture di S. Nicola, per il fatto di
essere di diretta dipendenza da Montecassino, ci fornisce qualche
elemento per giungere, nel silenzio delle fonti, ad una datazione
attendibile.
Nella parete di ingresso, sulla sinistra entrando, in basso, sopravvive
la sinopia di uno stemma che fino ad oggi non era stato notato.
Si tratta dello stemma originario della famiglia Orsini la cui
esecuzione con assoluta certezza deve essere collocata al periodo in cui Angelo Orsini fu abate di Montecassino.
Era stato eletto abate-vescovo di Montecassino da Innocenzo III il 26 agosto 1362 (E. GATTOLA, Historia, p.509).
Il motivo per cui metto in relazione le pitture di S. Nicola a S.
Vittore con quelle di S. Angelo in Grotte però non è solo l’argomento
trattato, ma anche la circostanza di un funesto avvenimento che si era
verificato qualche anno prima dell’elezione di Angelo Orsini alla
carica di abate di Montecassino: il terremoto del 1349 che, secondo le
cronache, aveva distrutto una impressionante quantità di edifici in cui
erano morte decine di migliaia di persone in un’area che comprendeva
anche i territori di Venafro ed Isernia. Quel terremoto aveva distrutto dalle fondamenta il monastero cassinese
e proprio all’abate Angelo Orsini si attribuisce la prima e più
consistente azione di ricostruzione dell’antico cenobio che, dopo aver
superato le più violente persecuzioni, rischiava di essere cancellato
dalla storia per un evento naturale.
Peraltro, nel Molise esiste un’altro ciclo di affreschi, quelli della
cripta dell’Annunziata a Jelsi, che possiamo ricondurre con una certa
sicurezza ad un’epoca prossima al 1363 che è la data inserita sul
concio centrale del portale gotico originario di quella chiesa.
(Vedi su questo sito http://www.francovalente.it/)
Siamo nell’epoca in cui il papato aveva la sua sede ad Avignone in
Francia. Infatti, solo nel 1376 Gregorio XI finalmente avrebbe provato
a riportare la cattedra papale a Roma, ma già due anni dopo i cardinali
francesi, quando fu fatto papa l’indesiderato Urbano VI, nominavano un
proprio antipapa nella persona di Clemente VII che riportava la sede ad
Avignone provocando il grande scisma d’Occidente nel 1378, con i papi
che si scomunicavano vicendevolmente. Si provocarono, così, conseguenze
politiche di straordinaria portata mentre si intensificava nel Molise
la creazione di conventi francescani che andavano ad aggiungersi a
quelli celestini nati a Isernia, Trivento, Venafro, Ripalimosani,
Limosano, Riccia, Guglionesi, Boiano e Campobasso sull’onda trascinante
del movimento morronese di Pietro Celestino nel secolo precedente.
Si deve tener conto che, protetti da Roberto d’Angiò, erano nati i
conventi francescani di Isernia, Venafro, Agnone, Termoli, Boiano che
ebbero un ruolo importante influenzando la nomina di vescovi del loro
ordine nelle diocesi di Boiano, Guardialfiera, Isernia, Larino,
Termoli, Trivento e Venafro.
Su questa linea filo-francescana si era posto Carlo l’Illustre, figlio
di Roberto. Da quel momento nel regno di Napoli pressoché tutte le
iniziative laicali finalizzate all’assistenza dei poveri e dei
pellegrini malati e alla sepoltura dei meno abbienti furono inquadrate
in un vasto movimento organizzato sotto la tutela reale e si vide la
nascita di congregazioni di laici che si attivavano per la formazione
di un patrimonio immobiliare e la costituzione di un fondo economico
capace di determinare quelle rendite che sarebbero state utilizzate non
solo per la costruzione di chiese con annessi ospedali, ma anche per
garantire l’assistenza minima, fino alla sepoltura, ai poveri e agli
ammalati e per formare maritaggi per le giovani spose senza dote.
Nel tempo queste forme di associazione proliferarono, con intitolazioni
varie, fino ad assumere in alcuni casi dimensioni notevoli con la
costituzione di patrimoni fondiari ed immobiliari di straordinaria
consistenza che, con le riforme muratiane del XIX secolo e quelle
seguenti del governo unitario, confluirono nel patrimonio delle opere
pie o degli enti comunali di assistenza.
Nulla sappiamo circa la committenza delle pitture di S. Angelo in
Grotte e tantomeno possiamo affermare che ad esse avesse contribuito
una confraternita, ma il riferimento del messaggio assistenziale che le
caratterizzano lo fa supporre.
D’altra parte non sembra che la cripta di S. Angelo in Grotte avesse in
origine una funzione funeraria, come di solito accade per gli analoghi
ambienti sottostanti gli altari. Si può ritenere che fin dall’inizio
dovette essere una vera e propria cappella sotterranea dove le pitture
potevano essere osservate solo con l’ausilio di una illuminazione
artificiale.
La parete che avvolge l’ambiente con una volta a sesto ribassato è
riquadrata da cornici che accolgono finte lastre marmoree con intarsi
multicolori, tutti diversi tra loro. La fascia mediana è occupata dalla
serie di rappresentazioni che richiamano, una per una, le sette opere
di misericordia corporale, partendo dal piccolo altare lungo la parete
di destra, per finire sulla parete di sinistra dove appare, ultimo
quadro, la visione della città di Betleem e l’immagine di un astro
radiante dal volto umano, forse simbolo della stella cometa: “E tu,
Betleem, terra di Giuda, non sei certo la minore delle città di Giuda,
perché da te uscirà un capo che guiderà Israele, mio popolo”.

La particolarità delle opere di misericordia di S. Angelo in Grotte è
il riferimento preciso al vangelo di Matteo dove Cristo si esprime in
prima persona per dare importanza alle opere assistenziali. Infatti
mentre in genere nella rappresentazione delle opere si vede
rappresentato un personaggio senza specifica attribuzione che riceve le
attenzioni, nel nostro caso il personaggio in alcuni casi prende le
sembianze Cristo che si riconosce prima di tutto per l’aureola
crucisegnata che contorna il suo capo.
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